
Addio, e grazie per tutto il pesce. È più che appropriato citare il titolo di uno dei romanzi di Douglas Adams per salutare l'ultimo dei Macworld così come li abbiamo conosciuti negli ultimi 11 anni: la coda in attesa di entrare il martedì mattina nel Moscone center di San Francisco, Steve Jobs finalmente sul palco, il suo keynote che è in pratica lo “stato del Mac” per l'anno passato e quello a venire, punteggiato da risate e applausi, le presentazioni di nuovi prodotti, la famosa “One More Thing”, l'apertura ufficiale degli stand negli ampi locali del centro fieristico immerso nel cuore della città della Baia, la folla del popolo della Mela che per quattro giorni si ritrova a festeggiare le novità, tra cene, conferenze stampa, prodotti che si possono toccare in anteprima, saluti agli amici di tutto il mondo che s'incontrano una volta l'anno. Tutti insieme: alle volte stupiti, alle volte un po' delusi, sempre uniti però dallo spirito che anima una delle più straordinarie comunità di appassionati di tecnologia sul pianeta.
Quest'anno, niente Steve Jobs sul palco: al suo posto è salito il fido Phil Schiller, capo del marketing mondiale di Apple e figura di habitué per gli appassionati che l'hanno visto spesso fare da spalla al
fondatore della casa di Cupertino durante i suoi keynote, oltre ad averlo sostituito nel 2004 a Parigi e San Francisco quando Jobs prese un anno sabbatico per rimettersi dall'ormai famosa operazione chirurgica sulla quale i giornalisti di tutto il mondo non mancano ancor oggi di speculare. Niente Steve Jobs sul palco perché, oltre alla crisi, è cambiato profondamente il modo in cui Apple comunica con il mondo. E anche perché, diciamocelo, ripetere all'infinito il rituale di gennaio stava logorando Apple: i tempi della ricerca industriale e della progettazione per realizzare nuovi prodotti e soprattutto le fasi del mercato non culminano necessariamente a gennaio. Anzi: la prima quindicina di gennaio è un pessimo momento per presentare le novità, perché quell'appuntamento ondeggia minaccioso come una spada di Damocle sulla testa degli acquisti natalizi.
One last keynote...
Il vero problema di Apple con il Macworld alla fine era proprio questo: in un'azienda che dal 1997 aveva appreso di nuovo l'orgoglio di guidare il mercato e stupirlo con la sua capacità di innovare, il Macworld era diventato l'opposto. Un evento che costringeva Apple a seguire ritmi dettati da altri (cioè da IDG, la società che organizza questa fiera come organizzava quelle analoghe di New York e di Boston sempre per il mondo Apple) e a perdere opportunità rispetto ai suoi avversari sulla sempre più dura e complessa arena delle tecnologie elettroniche e convergenti. Il Macworld si era trasformato in un vero e proprio freno.
In aggiunta, c'è da ricordare anche lo scomodo vicino di Las Vegas, cioè il CES (Consumer Electronics Show). Una delle più grandi fiere dell'elettronica di consumo al mondo che si tiene tradizionalmente sempre a gennaio, spesso nella stessa settimana del Macworld e che ha sempre cercato di rubare al Macworld in tutti i modi l'attenzione del pubblico. Chi ha seguito nell'ultimo decennio da cronista la storia di Apple, zigzagando tra le città che hanno ospitato i vari Macworld e gli altri eventi della tecnologia mondiale, non può non ricordare uno degli anni in cui Macworld e CES coincidevano perfettamente. E proprio al CES Carly Fiorina, all'epoca numero uno del colosso Hewlett-Packard, annunciò un martedì pomeriggio, poco dopo il keynote di Steve Jobs a San Francisco, l'accordo stipulato con Apple per vedere iPod marchiati HP. Panico tra i giornalisti nella sala stampa del Macworld, in quell'occasione povero di notizie, che ebbero la sensazione di trovarsi nel posto decisamente sbagliato: non a Las Vegas ad ascoltare Fiorina ma a San Francisco a perdere tempo con Apple.
Via il Macworld senza rimpianti, dunque. Anche se a dire il vero di storia sotto le volte e nelle sale della fiera dedicata ad Apple ne è passata tanta. Il 24 gennaio è stato il compleanno del più importante computer della casa di Cupertino: 25 anni di storia per il Mac, che ancora oggi incarna a meraviglia lo spirito di Apple. Il Macworld, con o senza Steve Jobs ha accompagnato gli anni brillanti, quelli bui e poi di nuovo il decennio di successi che Apple ha saputo raccogliere. Nella strategia dell'azienda, che aveva bisogno di rassicurare i suoi clienti sulla tenuta del mondo Mac, un universo a parte e a lungo del tutto incompatibile (o quasi) con i Pc di IBM e Microsoft, le fiere erano il megafono con il quale comunicare e il punto di ritrovo dell'ampio e variegato mondo di terze parti che producevano e producono software e hardware complementare a Mac, poi iPod e adesso anche iPhone. New York, Boston, indirettamente Parigi e Tokyo sono state le città in cui Cupertino e il suo esercito mostravano i muscoli. Riducendosi via via a un unico evento per il mondo dei consumatori e a un altro - la World Wide Developers Conference (WWDC) che si tiene d'estate sempre al Moscone center di San Francisco - dedicato agli sviluppatori.
La centralità del Macworld di San Francisco però non era più tale da tempo. Perché la capacità di comunicare di Apple è diventata straordinaria grazie a scelte che hanno provocato trasformazioni radicali nell'azienda. A parte gli eventi ad hoc per presentare nuovi prodotti (come iPod, portatili, e via dicendo), dei mini-eventi della durata di mezza giornata con il solo keynote di Steve Jobs, Apple ha costruito una rete fitta di negozi di sua proprietà che svolgono altrettanto bene la funzione di far incontrare il pubblico di Apple con tutto il mondo di prodotti compatibili e funzionali ad arricchire e migliorare l'esperienza di uso di Mac, iPod e iPhone. In un anno passano milioni di persone attraverso la rete americana e mondiale dei negozi. E anche il sito web di Apple, uno dei primi casi di e-commerce della storia di Internet (come giova ricordare per i più giovani), è anche uno dei primi dieci siti al mondo per traffico di naviganti. La capacità di comunicare di Apple, cioè di raccogliere l'attenzione di stampa e di pubblico, è enorme e difficilmente comparabile con il singolo Macworld.
Il discorso cambia, come si cominciava ad accennare poco sopra, con la WWDC. Se Apple è una doppia piattaforma (Mac e iPhone-iPod), cioè uno scaffale che può accogliere informazioni (contenuti) e programmi (applicazioni), una delle stelle polari che Steve Jobs ha scelto fin dal momento del suo ritorno di non trascurare è l'universo dei programmatori delle terze parti. Apple non può vivere senza quel ricco ecosistema di software e applicazioni che vengono create sia dalle grandi aziende sia dai piccoli appassionati. Anzi, alcuni appassionati producono in modo poco più che amatoriale le applicazioni più importanti e il mondo dello shareware è fondamentale e trascurarlo sarebbe come togliere l'acqua in cui nuota Apple stessa insieme ai suoi clienti. Il Mac e l'iPhone senza applicativi all'altezza varrebbe molto meno per gli utenti, pur con tutti gli sforzi della stessa casa di Cupertino di produrre i suoi software come iLife e iWork per completare l'esperienza del pubblico. Quindi, la WWDC per quanto è dato di intendere continuerà come e più di prima a raccogliere il popolo un po' specialistico e speciale dei programmatori che si dedicano con passione alla Mela. E meno male!
È tempo di andare avanti
Apple ha preso un'altra di quelle decisione nette e forti che il suo co-fondatore Steve Jobs ci ha abituato ad affrontare. Sorprendendo tutti, ha tagliato con forza ma anche una certa gentilezza (il keynote di Phil Schiller c'è pur sempre stato) il ramo secco. Non è la prima volta. Steve Jobs incarna per Apple una figura di guida che ha il carisma e l'autorevolezza necessarie a far passare decisioni, svolte e strategie che altre aziende non avrebbero il coraggio di perseguire per timore di essere travolte dalle critiche. L'abbraccio a Bill Gates nel 1997, proprio al Macworld. Oppure la transizione a Mac OS X e l'abbandono netto e senza possibilità di ritorno al vecchio Mac OS 9. Ancora, l'addio ai processori G4 e G5, costruiti con la collaborazione di IBM e Motorola (una geniale, controversa e parzialmente fallimentare alleanza, che è stata al tempo stesso la forza e la principale debolezza di Apple per un decennio), abbracciando la straordinaria ed epocale transizione verso le tecnologie Intel.
Se c'è una cosa a cui Steve Jobs e la moderna Apple ci hanno abituato, insomma, sono le transizioni. Rapide, decise, irrevocabili. E, guardandole a posteriori, azzeccate. A gennaio del 2010 forse si terrà l'ultimo Macworld senza Apple o forse no, IDG deciderà di cancellarlo: non è possibile saperlo nel momento in cui scriviamo.
La scelta di Apple, quando arriveremo al gennaio del 2010, avrà portato ad almeno tre se non quattro eventi speciali, oltre alla WWDC 2009 della prossima estate. La possibilità di incontrare i nuovi prodotti ed essere aggiornati sulle nuove strategie della casa di Cupertino ci sarà stata sia per la stampa e i vip, con la conseguente eco su giornali, televisioni e siti di informazione web, sia per gli appassionati. Ancora, attraverso la catena di 200 e passa negozi, anche per la gran parte del pubblico sia negli Usa sia in Europa ed Asia, sarà stato possibile incontrare fisicamente l'esperienza Apple. Infine, tramite il web, sarà stato possibile per tutti toccare virtualmente con mano le tecnologie e i prodotti di Apple.
C'era ancora bisogno del Macworld? Secondo Steve Jobs no, e l'uomo ha le sue ragioni che spesso si rivelano essere quelle giuste. Quindi, addio Macworld, e grazie per tutto il pesce che ci hai dato in questi anni. È tempo di andare avanti.
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