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Dal Mac al set di Gomorra (Applilife n. 3, dicembre 2008)
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Dal Mac al set di Gomorra (Applilife n. 3, dicembre 2008)
Due film italiani hanno ottenuto quest’anno premi ed elogi a Cannes e incassi importanti ai botteghini nazionali, Il Divo e Gomorra. Conosciamo Maurizio Braucci, uno degli sceneggiatori del film tratto dal bestseller di Roberto Saviano.
Andrea De Marco
All’ultimo Festival di Cannes due fi lm italiani si sono distinti, aggiudicandosi ciascuno un prestigioso premio, il Prix du Jury e il Grand Prix, assegnati rispettivamente a Il Divo di Paolo Sorrentino e a Gomorra di Matteo Garrone, tratto dall’omonimo bestseller di Roberto Saviano. Due film che hanno defi nitivamente confermato lo straordinario talento di un gruppo di giovani autori il cui cinema si è ormai affermato anche fuori dai confini italiani.
Maurizio Braucci, uno degli autori che hanno curato la sceneggiatura di Gomorra, ha collaborato in passato con Applicando (www.applicando.com). Tra gli interessi e le attività che avevamo condiviso, una era sicuramente la passione per le tecnologie multimediali e per il Mac. Maurizio è infatti, oltre che autore di libri, di teatro e di cinema, anche un videomaker, ovviamente su piattaforma Mac.

Maurizio, hai toccato il tema del disagio sociale nei tuoi libri, il cui stile è stato peraltro spesso paragonato a un linguaggio di tipo cinematografi co. La tua collaborazione alla sceneggiatura di un fi lm come Gomorra sembrava inevitabile. Come è nata la tua collaborazione con Garrone e Saviano?
Con Saviano c’è una vecchia amicizia, per quanto lui sia più giovane di me. Prima che uscisse il libro, di cui avevo letto le bozze, gli dissi “Robé, vedrai che ne faranno un fi lm e a dirigerlo sarà Matteo Garrone”. Sono stato profetico, non so come ci sono riuscito. In seguito Roberto mi chiamò e mi disse “Indovina un po’ chi farà un fi lm da Gomorra?”. Matteo mi conosceva attraverso i miei libri e inoltre aveva visto uno spettacolo di un progetto teatrale, Arrevuoto, che mandiamo avanti da tre anni con i ragazzi delle periferie e del centro di Napoli. Credo che Garrone abbia pensato che io, oltre a scrivere, avessi una buona conoscenza di certi contesti e così mi ha coinvolto nella sceneggiatura. Però, la cosa più importante è stata quella di lavorare con degli amici, non sempre accade, e con grande serietà, altra cosa rara.

Cosa ti è rimasto di più prezioso, sia dal punto di vista umano sia professionale, dall’esperienza di Gomorra?
In precedenza avevo lavorato ad altre sceneggiature, ma non ne avevo mai vista una poi diventare un fi lm. Non nascondo che vedere delle pagine scritte trasformate in immagini è stato emozionante. Ho lavorato con un gruppo di persone in cui lo stress, la competizione, erano assenti, in un ambiente umanamente accogliente in cui esprimersi è stato più facile. Può sembrare retorico, ma l’aspetto relazionale per me è fondamentale, ti dà delle motivazioni in più. In seguito, c’è stata la fase di realizzazione, un viaggio intrapreso su due livelli: capire come si realizza un film e scoprire territori che, per quanto pensi di conoscere, sono sempre sorprendenti.

Dì la verità, ti aspettavi tanto successo sia di pubblico sia di critica?
Certo, il successo del libro ci ha facilitato, ma bisogna dire che è anche un fi lm scomodo per le tante cose che racconta; non sempre raccolgo pareri positivi, specie da chi si sente sotto accusa perché, culturalmente o politicamente, avverte che su certe situazioni non si fa abbastanza e bene. Paolo Sorrentino ha risposto ottimamente a chi ha accusato il suo “Il Divo” di offrire un’immagine negativa dell’Italia; non è compito degli artisti curare l’immagine di un Paese, ciò spetta ai politici e ai loro consulenti. Tuttavia, Saviano, che paga a caro prezzo il suo successo, mi ha sempre detto una cosa: al mondo non importa cosa dici, dipende quanta visibilità ha quello che dici. Non è forse un ulteriore esempio del fatto che viviamo in una società dello spettacolo?

La tua estrazione molto vicina ai nuovi media farebbe supporre che il tuo habitat naturale sia il cinema più della letteratura. In cosa differiscono e in cosa si somigliano la scrittura per un libro e per un film? In quale contesto ti senti più a tuo agio?
La letteratura è diversa, è solitaria, il cinema è più collettivo, anche se poi il regista si prende la responsabilità della riuscita o meno dell’opera. Il cinema è entusiasmante, ma io sento la letteratura come uno spazio per me rigenerante, più libero. Nel cinema mi piacerebbe sempre lavorare a progetti che promettono coraggio e sperimentazione, cosa che purtroppo non accade spesso a causa di una sorta di autocensura che poi scopri essere effetto del conformismo. Il cinema che mi piace è quello che Majakovskij defi niva “atletico” anche se subisco più il fascino del cartaceo, dell’intima ricerca di temi universali, cioè della letteratura.

Ci puoi dire qualcosa riguardo i tuoi progetti futuri?
Sto terminando il mio romanzo per Mondadori che uscirà a inizio 2009, è un lavoro molto distante da quelli precedenti, in cui spero di aver varcato una nuova soglia. Intanto continuo la mia attività sociale e politica, che mi assorbe molto, spesso va in conflitto con le esigenze della vita privata, ma sento che devo continuarla. Non riesco a dedicarmi a una sola attività, qui il rischio è la dispersione come lì quello dell’appiattimento. Cerco di ispirarmi a un principio buddista che dice: non importa cosa hai raggiunto, ma quanto ti stai sfidando ancora.

Qualche anno fa, quando il web faceva i suoi primi passi, riponevamo tutti molte speranze nelle potenzialità democratiche della Rete. Ritieni che quelle speranze siano ancora valide o che siano state disattese?
Il web è multiforme e come ogni strumento risente delle condizioni operative: uomini e donne oscuri ne fanno usi oscuri. Dobbiamo ripensare la cultura, rivalutarla come processo, come continuo investimento e non come capitalizzazione del sapere. Il web dà tanto se stai facendo un tuo percorso, ti staticizza ulteriormente se sei fermo sulle tue posizioni. Io lo uso molto, ma ci sono cose che non mi interessano, e non parlo di aspetti morali, perché diventano esercizi di stile spacciati per conoscenza. Un equilibrio tra forma e contenuto va salvaguardato, perché questo è l’umano. Il resto, lo dicono bene i versi di Antonio Machado: camminando non c’è cammino, il cammino si fa andando.

AppliLife è un’emanazione di Applicando, testata che ha avuto l’onore di ospitare la tua fi rma come autore, in passato.
È stato molto interessante scrivere in passato per Applicando, mi piace il linguaggio degli articoli sulla tecnologia, credo che a Checov sarebbe andato molto a genio uno stile così sintetico. Io sono utente Mac dal 1995, allora avevo un Power Mac 7600, oggi ho un portatile G4 che uso per scrivere per lo più gli articoli e i reportage. Durante questi anni ho avuto anche altre macchine Mac con cui lavoravo all’editing video, specie di documentari.

Hai un iPod? Lo usi molto?
Ho un iPod certo, lo uso sempre quando viaggio. L’inverno scorso ho attraversato l’intero Messico e riuscivo ad ascoltare la musica che compravo in giro durante interminabili percorsi in autobus, scaricavo i CD sull’iPod negli Internet point. Era un altro modo per conoscere la cultura e la storia del Paese, in tempo reale.

Sei un artista attivo in vari campi ma sei sempre stato molto attento anche ad analizzare i meccanismi del mercato. Che idea ti sei fatto del rapporto tra le major discografi che e cinematografi che, le case di produzione e di distribuzione, e Internet?
Non voglio fare l’ennesimo elogio della Rete, ma posso dire che è un archivio fantastico, a patto di verifi care la validità delle fonti. E che dire dei forum? Sono un esempio di condivisione delle intelligenze e delle esperienze. A volte però la gente è vittima delle potenzialità di Internet, non dobbiamo dimenticare il valore d’uso delle cose, tanta gente scarica di tutto, pur non avendone bisogno e allora lo strumento diventa fi ne a se stesso, non accresce le nostre conoscenze perché annulla l’aspetto esperienziale. Fin quando si può, i film vanno visti al cinema e dei dischi di musica è bello apprezzare anche la fi sicità, la copertina, le liriche ecc. Eppure, non bisogna farne una regola rigida, ci sono situazioni in cui il libero accesso ci apre dei mondi, ci consente di fare estese ricerche, di superare il filtro di contenuti innovativi o scomodi. Le possibilità della conoscenza, della cultura, non devono essere limitate da produttori e distributori, ma anzi esaltate. Se si diffondono fi nalità sane della cultura anche la relazione con gli strumenti migliorerà, se si stabiliscono rapporti di fiducia con gli utenti, il vantaggio può essere reciproco.
Paradossalmente, chi porta avanti un discorso etico nel mercato può essere vincente anche commercialmente. Ma siamo pronti a discorsi del genere? A volte i pregiudizi servono a giustifi care l’avidità e lo status quo.

So che in passato hai utilizzato tecnologie multimediali in contesti diffi cili, per attività socialmente utili. Ce ne vuoi parlare?
Ho lavorato per 5 anni in un carcere come operatore audiovisivo, tenevo dei corsi per i detenuti, su un Power Mac 9600 con Media 100. Era una bella esperienza, la tecnica ti permette di evitare la retorica e andare subito al sodo in relazioni che possono anche perdere di vista le loro finalità. In seguito ho avuto un mio studio di montaggio, anche lì sono passati tanti progetti che in fondo miravano a potenziare le capacità di persone spesso sottovalutate e a cui spesso si danno gli avanzi delle produzioni artistiche e culturali. La cosa importante, con chiunque, è cercare di non scendere mai di livello, di qualità, il fine non deve giustificare i mezzi.

Tag: Mac

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